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Elaborato riassuntivo sulla bibliografia presente in merito alla valutazione dei ritardi di linguaggio

Pubblicato sulla rivista AERRE un articolo sulla psiconcologia scritto dalla Dott.ssa Edi Farnetani presidente del CPNC

L’utilità del non lasciarsi soli dopo una diagnosi di tumore.

Il cancro è una malattia che coinvolge direttamente almeno il 25 per cento della popolazione. Questo significa che ben poche famiglie sono esenti dal confrontarsi con questa esperienza.

Spesso in questo percorso le persone sperimentano sensazioni di solitudine, una solitudine che non deriva dal non avere nessuno intorno, ma dall’incapacità di comunicare le cose che sembrano importanti, o dal dare valori a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili.

Capire, offrire strumenti per capire e comprendere sono antidoti che sedano le ansie e consentono una vera condivisione per quello che è un viaggio verso una terra ignota. Quello che vorremmo ottenere, parlando di quello che succede quando viene diagnosticato una tumore alla persona e alla famiglia coinvolta è da una parte spingerci in questa apparente terra di nessuno, e dall’altra offrire informazioni circa i servizi che vengono offerti in ambito Ospedaliero: opporre al silenzio, al vuoto, all’isolamento una voce, un messaggio che, anche se non può dare spiegazioni, consente alla persona di capire di non essere più sola.

 

La diagnosi di malattia

Tutto inizia con dei sintomi che non rientrano nella norma…i sospetti diventano realtà, ed ecco che arriva la diagnosi e la parola che non si vorrebbe mai sentire viene pronunciata dal dottore: Lei ha un Tumore.

La diagnosi di malattia, rappresenta un momento di crisi nella vita di una persona, una rottura irreparabile rispetto agli equilibri precedentemente costruiti, una frattura esistenziale in cui il “dopo” non sarà mai più come il “prima” e in cui si passa da una visione del futuro come promessa ad una in cui il futuro comincia ad essere un incognita.

La malattia assume significati diversi a seconda della storia, delle esperienze passate e della personalità di ogni singolo individuo e tali significati tendono a influenzare il comportamento della persona che si ammala. Sarebbe sbagliato ricercare dei comportamenti standard, ogni soggetto di fronte ad un evento del genere risponde a proprio modo.

 

Cosa accade alla persona dopo la diagnosi?

La reazione psicologica alla diagnosi di tumore viene generalmente descritta come un processo a stadi dove, da una prima fase di shock si passa ad una di reazione, poi di elaborazione, ed infine ad una denominata di riorientamento.

Al di là del tipo di diagnosi la parola cancro o tumore, nonostante i progressi della medicina in tal senso, attiva fin dal primo momento la paura che la propria vita non prevalga; questa paura è talmente intensa da generare una sofferenza mentale così profonda da essere spesso vissuta come incomunicabile e incomprensibile.

Una prima fase di shock risulta essere immediatamente successiva alla diagnosi, la vita appare come un "brutto sogno" da cui ci si augura soltanto di risvegliarsi quanto prima. La persona si trova in uno stato di disorientamento, a volte talmente tanto intenso, da renderla temporaneamente incapace di affrontare la vita a qualsiasi livello, è frequente infatti sentire “E’ come se il mondo mi stesse crollando addosso, guardavo le labbra del dottore muoversi ma non lo ascoltavo più…”

La comunicazione della diagnosi appare spesso univocamente "catastrofica" e l'angoscia dirompente che ne segue sembra sovrastare ogni umana energia. Sentimenti di incredulità e quella che viene chiamata “anestesia affettiva”, caratterizzano questo momento.

Successivamente, il rendersi necessario di ulteriori approfondimenti diagnostici (la stadiazione), di un intervento chirurgico e/o delle terapie mediche, risulta essere fonte di ulteriori sentimenti di angoscia, rabbia, disperazione e paura; questo è il momento in cui la realtà sembra imporsi con tutto il suo peso (fase di reazione). In questa fase l’impatto psicologico dei trattamenti assume una valenza maggiore.

Per chi si sentiva indipendente ed autosufficiente, il trovarsi nella posizione di richiedere aiuto può rendere problematici anche i compiti minori, l’immagine di sé in quanto persona fisicamente sana e piena di energia non si adatta infatti più all’ attuale condizione.

Benché alcuni cambiamenti, come l’astenia (mancanza di forza) e la fatica, siano transitori, la spinta a sentirsi normali e ad agire come se niente fosse accaduto può portare la persona ad aspettarsi da sé più di quanto sia realistico e ad essere ipercritica verso se stessa se non riesce a condurre una vita normale mentre è nella fase acuta della malattia e dei trattamenti, come se la mente non rispettasse quelli che sono i nuovi limiti che vengono imposti dal proprio corpo.

In parte durante il corso dei trattamenti medici, che spesso si prolungano per diverse settimane o mesi, ma soprattutto al termine del periodo attivo delle cure, le persone cercano di dare un senso a quello che è successo loro e di dare risposte più ampie alla domanda che spesso è presente fin dall’inizio: “perché proprio a me?”. Si tratta di un momento in cui si accoglie il senso e l’esperienza della malattia nella propria esistenza, gradualmente si elabora l’evento malattia fino ad arrivare ad accettare quello che è successo (fase elaborazione).

In un momento successivo il dover convivere con la malattia o con quanto questa ha determinato e sta determinando nella vita assume un carattere centrale; si assiste alla ricerca di significati nuovi da dare sia alla malattia sia alla propria esistenza nel suo insieme nel riorientare così la propria storia di vita.

Superato il momento acuto, caratterizzato da risposte emozionali tendenzialmente comuni a tutti gli esseri umani (sentirsi arrabbiati, spaventati e rattristati), le modalità con cui si arriva alla elaborazione, accettazione e riorientamento nel proprio percorso di vita della malattia possono essere diverse da persona a persona.

 

Le possibili ripercussioni negli equilibri familiari

Il sopravvenire della malattia costituisce inoltre, un evento che può comportare molteplici conseguenze pratiche e psicologiche, non solo per chi ne è direttamente colpito, ma anche per l’intera famiglia, con possibili ripercussioni sulle relazioni reciproche e sull’intero equilibrio familiare.

La malattia neoplasica è stata del resto definita da alcuni autori, come un “evento stressante familiare” o come “malattia familiare”, capace di determinare profondi cambiamenti e un continuo sforzo di adattamento colpendo in egual misura dal punto di vista emotivo sia la persona a cui viene diagnostica sia i membri del sistema familiare. Tutta la famiglia, pertanto deve imparare ad adattarsi a nuovi ritmi e a nuovi ruoli, non solo dal punto di vista pratico, ma anche da quello psicologico ed emotivo.

Ogni famiglia, nel reagire ad una diagnosi di cancro, attraversa come gruppo, un processo simile a quello che, individualmente, deve superare ogni singolo paziente.

Per tutte queste sue caratteristiche e per l’iter ogni volta unico ed irripetibile che scandisce, ogni malattia oncologica porta con sé il rischio di contribuire allo sviluppo di alcuni momenti di crisi nell'individuo colpito e nei suoi familiari, momenti nei quali le strategie messe a punto ed utilizzate solitamente per affrontare e risolvere i problemi non si rivelano più efficaci.

 

Il servizio di Psiconcologia della Asl 8

Proprio per aiutare le persone che si trovano a fronteggiare una situazione così complessa e metterle nella condizione di affrontare eventuali difficoltà di adattamento alla malattia, tali da interferire nel processo di cura, la Sez. di Psicologia Ospedaliera e il Dipartimento Oncologico (Oncologia Medica e Radioterapia) hanno attivato già da tempo, all’interno dell’Oncologia Medica, un ambulatorio di Psiconcologia.

I dati più recenti infatti, indicano che gli interventi Psiconcologici comportano una significativa riduzione del dolore, dell’ansia e della depressione, un miglioramento della qualità di vita e un’azione positiva su diversi parametri biologici indicatori di stress, quali il cortisolo.

E’ importante sottolineare come il cercare un aiuto specialistico, rappresenti un grande segno di forza: significa, che vengono riconosciute le proprie difficoltà e che si decide di fare qualcosa per cercare di risolverle.

 

L'intervento psiconcologico si propone di:

aiutare la persona e/o i suoi familiari a gestire lo stress che necessariamente è associato ai vari momenti dell'iter terapeutico;

mantenere e/o ristabilire una buona qualità di vita;

at­tenuare l'ansia e la depressione; 

aiutare la persona a trova­re un senso a ciò che sta vivendo e soprattutto di aiutarlo ad attivare tutte le risorse psichiche per far fronte alla malattia e ai trattamenti;

aiutare la famiglia ad integrare la malattia nella propria organizzazione quotidiana; 

sviluppare modalità più funzionali e positive per affrontare la malattia.

 

Modalità di accesso
Si accede a tale servizio su richiesta spontanea o su richiesta degli operatori sanitari dell’Oncologia Medica/Radioterapia, non servono prescrizioni da parte del medico curante. Verrà valutata di volta in volta la possibilità di svolgere colloqui individuali o familiari.

 

Indirizzo e Recapiti

Centro oncologico c/o Ospedale S. Donato - Arezzo -

prenotazione tel. 0575/255438
Lun-Mar-Gio 8:00-14:00 - 15:00-18:00
Mer-Ven-Sab 8:00-14:00

 

 

Se l’esperienza di malattia può dare luogo ad elevati stati di disagio, allo stesso modo se ben integrata nella propria storia di vita, può indurre ad una revisione positi­va dei valori personali, rinforzare dei legami affettivi e indur­re in modo apparentemente paradossale ad un reale miglioramento della qualità di vita.

 

 

 

Tale articolo è stata realizzato attraverso l’elaborazione dei contenuti scritti dai numerosi autori che si sono occupati e si occupano di psico-oncologia. In particolare: Luigi Grassi, Anna Costantini, Massimo Biondi.

 

Dr.ssa Edi Farnetani

Dr.ssa Silvia Peruzzi